Samosa batata, ceci, pistacchi e curry

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Samosa, ispirazione d’India per queste deliziose taschine ripiene… di quello che volete! Io ovviamente ho scelto un’imbottitura fatta di mille verdurine, con un trito di porro, carote arancioni e carote viola, quindi ceci e patate dolci (batate) bianche e arancio. Tutto tempestato di profumi e spezie, dal timo al rosmarino, dalla curcuma al curry alla paprika dolce, fino alla salsa di soia tamari, ai croccantissimi sesamo e pistacchi. E neanche un pizzico di sale extra! Sono me-ra-vi-glio-si. E sono cotti al forno anziché fritti, come andrebbero nella ricetta originale, ma ovviamente potete scegliere la modalità di cottura preferita. Io, sapendo di aver optato per quella al forno, mi sono concessa una tavoletta intera di cioccolata come dessert, per compensare. 😀

Quello che vi serve, per preparare samosa per 4 persone, considerando di mangiarne un paio a testa, come antipasto o secondo:

  • 1 confezione di pasta phyllo rettangolare (ne userete due fogli sovrapposti per ogni 3 triangolini di samosa, quindi con una confezione da 8 fogli fate 12 samosa)
  • 2 batate grandine (io ne ho usata una a pasta arancione grande e una più piccola e affusolata a pasta bianca)
  • 2 carote (io ne ho scelte una arancio e una viola)
  • svariate rotelle di porro
  • 250 g di ceci lessati (vanno benissimo quelli precotti bio)
  • 3-4 cucchiai di salsa di soia
  • pepe, timo, rosmarino sminuzzato, curcuma, curry, paprika
  • una bella manciata di pistacchi triturati
  • una manciata di sesamo (io nero e bianco)

Se usate i ceci secchi, preparate quelli per primi, perché hanno lunghi tempi di ammollo e lessatura: normalmente 12 ore di ammollo e un paio di bollitura, ma leggete le istruzioni sulla confezione. In ogni caso, ammollateli, lessateli e teneteli pronti, scolati, in una ciotolina. Se volete, potete anche schiacciarli un po’ con una forchetta, ma come preferite.

Quindi pelate le batate, tagliatele a pezzettoni grossolanamente e mettetele in una pentolina coperte interamente d’acqua. Mettetele a bollire per circa 20-25 minuti dal bollore, finché risultano belle tenere quando le punzecchiate con i rebbi di una forchetta. Scolatele e versatele in un piatto, quindi schiacciatele con la forchetta stessa.

È ora di preparare il ripieno, che in questo caso vi apparirà come un corposo e simpatico mappazzone, bello denso e compatto! 😀

Preparate un trito di porro e tagliate a cubettini piccoli piccoli le carote (cioè circa così). In una padella tipo wok o simile scaldate dell’olio e quando è caldo tuffateci il trito di porro e le carotine a quadrettini. Fatele dorare per qualche istante, magari aggiungendo mezzo bicchiere d’acqua affinché non brucino e si ammorbidiscano presto, e quindi aggiungete le batate schiacciate e i ceci. Mescolate tutto e quindi abbondate con profumi e spezie: io ho scelto timo, rosmarino sminuzzato, pepe, curcuma, curry, paprika dolce. Infine sfumate con salsa di soia a piacere, sempre mescolando con un cucchiaio di legno, per amalgamare bene tutto: il mappazzone è pronto.

Assaggiatelo per capire se è salato e saporito a sufficienza, altrimenti regolatelo.

Lasciatelo in padella e intanto cominciate a prepararvi per formare i triangolini.

Estraete la pasta phyllo dal frigo e prendete i primi due fogli, lasciandoli uno sopra l’altro. Appoggiateli sul piano di lavoro con sotto una carta forno e preparate la teglia del forno con altra carta forno. Accendete il forno (quante volte ho detto forno in queste 3 righe?!?) a 200°.

Per la procedura, qui sotto potete guardare le foto della sequenza, che spero vi aiutino: tagliate in tre lunghe strisce i fogli di pasta phyllo e posizionate una cucchiaiata abbondante su ciascuna striscia, sull’angolo a sinistra verso il basso.  Inumidite lungo tutti i bordi con il dito bagnato. Piegate la pasta dall’angolo basso a sinistra verso l’interno, formando un triangolo di pasta per coprire il ripieno. Quindi ripiegate tutto verso il basso, richiudendolo ulteriormente, procedendo così finché finite la striscia di pasta. Per “sigillare” l’ultima chiusura è sufficiente passare il bordo interno con un dito bagnato e il vostro triangolino sarà subito chiuso.

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Procedete così formando tutti i vostri samosa, disponendoli via via sulla placca del forno. Spennellateli bene d’olio evo su entrambi i lati e quindi infornate per 12-15 minuti, finché saranno belli dorati (si scuriscono più sugli angoli): controllateli di tanto in tanto per evitare che si cuociano troppo.

***

Qui ci piace vincere facile. India=Bayadere. E chi c’ammazza? In effetti, proprio come fanno con Nikya, ci potrebbero ammazzare il rajah, il bramino e Gamzatti, la promessa sposa di Solor. Il quale, come sempre accade in questi balletti Ottocenteschi, è il solito maschio principesco che “Sì, vabbè, sono promesso, ma mi innamoro pure di Nikya, la danzatrice del tempio, che è proprio una bella figliuola e le giuro amore eterno”. Insomma, chiaramente va a finire male, al solito. Scusate se banalizzo, ma sapete come sono le trame dei balletti di repertorio, no? In ogni caso – e ora seriamente -, Bayadere è uno dei balletti più grandiosi della storia. Credo possa essere davvero uno dei miei preferiti e non solo per lo strepitoso atto bianco che lo conclude, quando Solor va a cercare Nikya nel regno delle Ombre (alla fine, almeno con lei e post mortem, la promessa la mantiene), una delle prove più difficili e insieme più emozionanti per il corpo di ballo, oltre che per i due primi ballerini e per le tre ombre soliste. Bayadere è bellissimo, è un balletto magico, è davvero una fiaba che ti porta lontano e profuma d’India, con tutte le deliziose ed eccentriche sfumature di chi la rappresentò nella San Pietroburgo di fine Ottocento. Vi propongo qui una versione che mi è particolarmente cara, essendo la prima che ho visto in tv, una sabato mattina, scelta dalla mitica Vittoria Ottolenghi per la sua trasmissione Maratona d’estate. Penso sia stata la prima volta che vedevo danzare il Kirov e ricordo che sulle prime non mi piacque, sicuramente perché fino ad allora avevo visto solo vecchi video anni ’60 dell’ultra delicato Royal Ballet di Londra. Questi russi li trovavo eccessivi. La Komleva (la divina Komleva!), nel ruolo di Nikya, mi apparve quasi sguaiata e vagamente fuori età. Mi vergogno un po’ di questo giudizio e di questo mio fastidio. Però, probabilmente, proprio le cose che non me lo fecero piacere all’inizio furono poi quelle che imparai ad amare – e di cui mi innamorai follemente e per sempre (come Solor con Nikya, ma senza tradimenti). Qui vedete l’enormità del balletto sovietico, la grandezza artistica, l’interpretazione oltre che la tecnica potente, sguainata senza freni e anzi con orgoglio e con una precisione e un gusto insuperabili e inconfondibili. Ecco, se dovessi dire che cos’era il Kirov, pre-perestroika, be’, potrei dire proprio che era questa meraviglia.

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2 pensieri riguardo “Samosa batata, ceci, pistacchi e curry

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